* Apri il libro delle favole e prova a tornare bambino

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Che bello poter leggere una di quelle favole che ci raccontavano i nostri cari o i nostri maestri quando il nostro unico e ricorrente pensiero era quello di giocare e fantasticare.

Con questo articolo puoi sfogliare il libro delle favole e magari puoi inserire la tua preferita.

Apriamo la finastra dei sogni, dimentichiamo i problemi di tutti i giorni e voliamo con la fantasia!

8 Risposte to “* Apri il libro delle favole e prova a tornare bambino”

  1. The Cardill Says:

    I MUSICANTI DI BREMA

    C’era una volta un vecchio asino che aveva lavorato sodo per tutta la vita. Ormai non era più capace di portare pesi e si stancava facilmente, per questo il suo padrone aveva deciso di relegarlo in un angolo della stalla ad aspettare la morte.
    L’asino però non voleva trascorrere così gli ultimi anni della sua vita. Decise di andarsene a Brema, dove sperava di poter vivere facendo il musicista.
    Si era incamminato da poco quando incontrò un cane, magro e ansante.
    “Come mai hai il fiatone?” gli chiese.
    “Sono dovuto scappare in tutta fretta per salvare la pelle” gli rispose il cane. “Il mio padrone voleva uccidermi, perché ora che sono vecchio non gli servo più”.
    “Purtroppo è vero – continuò – non sono più capace di rincorrere la selvaggina come una volta, e sono così debole che non spavento più nessuno. Ma ora come farò a procurarmi da mangiare?”concluse depresso.
    “Vieni a Brema con me” suggerì l’asino. “Laggiù faremo fortuna con la musica: io suonerò il liuto e tu mi darai il ritmo con il tamburo”

    Il cane accettò la proposta e s’incamminò con il nuovo amico.
    Non avevano percorso molta strada che s’imbatterono in un gatto che miagolava disperato.
    “Cosa ti è successo per lamentarti in questa maniera?” gli chiese l’asino.
    “Sono vecchio e soffro d’artrite, per questo non sono più agile come una volta e devo stare al caldo. Ma vedendomi riposare vicino al caminetto, ieri il mio padrone si è infuriato, mi ha accusato di essere un fannullone, mi ha rimproverato di non saper acciuffare nemmeno un topolino e mi ha cacciato da casa. Senza pietà! Pensare che l’ho servito fedelmente per tutta la vita!… Ora non so proprio dove andare, non so proprio come sbarcare il lunario!” rispose singhiozzando il gatto.
    “Allora vieni a fare il musicista con noi a Brema” gli dissero insieme l’asino e il cane.

    Il gatto non se lo fece ripetere due volte e pieno di speranza si unì a loro.
    Passando davanti ad una fattoria, furono distratti da un gallo che schiamazzava rincorso da una massaia.
    “Mi vuole tirare il collo! Vuole me perché non ha un tacchino da cucinare per il pranzo della domenica! Mi vuole tirare il collo!” urlava terrorizzato.
    I tre compari gli gridarono: “Vieni con noi! Con la tua bella voce conquisteremo Brema!”
    Non ebbero il tempo di aggiungere altro che, appollaiato sulla schiena dell’asino, sentirono il gallo che li incitava:
    “Corriamo, corriamo, prima che la padrona mi acchiappi!”
    Una corsa disperata fin nel folto del bosco. Lì finalmente ripresero fiato!
    Ormai si era fatto buio e, si sa, di notte non è prudente viaggiare. Dovevano cercare qualcosa da mangiare e un posto per dormire almeno per quella notte. Rifocillati e riposati, l’indomani sarebbero ripartiti per Brema.
    Fu allora che sentirono dei rumori …
    Nascosti tra i cespugli, si guardarono intorno … videro una casa: ecco da dove arrivavano brusio, risate e… un profumo d’arrosto!
    Erano così stanchi e così affamati!

    Cercando di non fare rumore si avvicinarono alla casa e, con cautela, sempre senza farsi scorgere, guardarono all’interno attraverso la finestra.
    Non potevano credere ai loro occhi! In mezzo alla stanza c’era un tavolo colmo di buone cose: un tacchino ripieno, mortadelle invitanti, formaggi di tutti i tipi, pane d’ogni forma, torte stupende, frutta profumata,…
    “Potremmo chiedere ospitalità…” non ebbero il tempo di aggiungere altro, che i quattro amici videro avvicinarsi al tavolo quattro ceffi paurosi. Dunque quello era il covo dei briganti!
    Se quei tipacci li avessero visti, sarebbe stata la loro fine!
    Si sa che la fame aguzza l’ingegno!

    Nascosti tra i cespugli, studiarono un piano diabolico, che avrebbe spaventato quei briganti, così da obbligarli a scappare dal loro covo e da lasciare tutto quel ben di dio da mangiare a loro completa disposizione.
    Nel buio e nella tranquillità della notte, interrotti solo dalla luce che irradiava dall’interno della casa e dal vociare sguaiato dei briganti, si avvicinarono alla finestra.
    In silenzio perfetto l’asino appoggiò le zampe sul davanzale, il cane balzò sul dorso dell’asino, il gatto si arrampicò fin sulla testa del cane e il gallo si appollaiò sulle spalle del gatto.
    Quindi ad un cenno dell’asino, diedero inizio al loro primo concerto:
    … e fu tutto un ragliare, abbaiare, miagolare e schiamazzare.
    Un inferno! Terrorizzati, i quattro briganti cercarono la salvezza fuori dalla casa, ma all’uscita furono investiti da un essere che calciava, graffiava, mordeva, beccava!
    Un INFERNO! Scapparono per non tornare mai più in quel luogo maledetto!
    I quattro amici non ci pensarono due volte: si precipitarono all’interno della casa, senza esitare si sedettero intorno al tavolo… e …
    credo che siano ancora lì che mangiano e ridono, che ridono e mangiano…
    Lì era il Paradiso!

    Fonte: lefiabe.com

  2. The Cardill Says:

    I TRE PORCELLINI

    C’erano una volta tre porcellini che vivevano con i genitori.
    I tre porcellini crebbero così in fretta che la loro madre un giorno li chiamò e disse loro: “Siete troppo grandi per rimanere ancora qui. Andate a costruirvi la vostra casa”.
    Prima di andarsene da casa li avvisò di non fare entrare il lupo in casa: “Vi prenderebbe per mangiarvi!”
    E così i tre porcellini se ne andarono.
    Presto la strada si divise in tre parti.
    Il Porcellino Grande spiegò che ognuno di loro avrebbe dovuto scegliere una direzione. Li avvisò del lupo e poi andò a sinistra. Il Porcellino Medio andò a destra e quello piccolo nella via centrale.
    Sulla sua strada il Porcellino Piccolo incontrò un uomo che portava della paglia.
    “Per piacere, dammi un po’ di paglia!” disse “Voglio costruirmi una casa”.
    In poco tempo costruì la sua casa e pensò di essere salvo dal lupo.
    La casa non era molto bella e nemmeno fatta bene ma a lui piaceva molto.
    Gli altri due porcellini se ne andarono assieme e presto incontrarono un uomo che portava della legna.
    “Costruirò la mia casa con il legno” disse il Porcellino Medio “Il legno è più resistente della paglia”.
    Il Porcellino Medio lavorò duramente tutto il giorno per costruire la sua casa.
    “Adesso il lupo non mi prenderà e non mi mangerà” disse. Il Porcellino Grande camminò per conto suo.
    Presto incontrò un uomo che trasportava mattoni.
    “Per piacere, dammi un po’ di mattoni” disse il Porcellino Grande “Voglio costruirmi una casa.”
    Così l’uomo gli diede dei mattoni per costruire una bella casa.
    “Ora il lupo non potrà prendermi per mangiarmi” pensò.
    Il giorno dopo il lupo arrivò alla casetta di paglia: ” Porcellino, porcellino, fammi entrare” gridò il lupo.
    Ma il Porcellino Piccolo sapeva che era il lupo e non lo lasciò entrare.
    Ma il lupo cominciò a sbuffare stizzito. E sbuffava e sbuffava e buttò giù la casetta del Porcellino Piccolo.
    Poi se lo mangiò in un baleno.
    Il giorno seguente il lupo andò a casa del Porcellino Medio e bussò alla sua porta. “Chi è?” chiese.
    “Tuo fratello” rispose il lupo.
    Ma il Porcellino Medio sapeva che non si trattava del fratello e non aprì al lupo.
    Così questi sbuffò stizzito e buttò giù la casa del Porcellino Medio.
    La casa di legno cadde e il lupo se lo mangiò.
    Il giorno dopo il lupo arrivò alla casa di mattoni e gridò: “Porcellino, Porcellino, fammi entrare!”
    Ma il Porcellino Grande rispose: “No, non ti farò entrare!” quando improvvisamente sentì bussare nuovamente alla porta.
    “Apri la porta e vedrai chi sono!” disse il lupo con una vocetta. Quindi il lupo cominciò a sbuffare e sbuffare ma non riuscì a buttare giù la casa.
    Il lupo era furibondo! Gridava: “Porcellino, Porcellino, scenderò per il camino e ti mangerò!”
    Il Porcellino era spaventato ma non rispose.
    Dentro casa c’era una grossa pentola sopra il fuoco del camino. L’acqua stava per bollire.
    Il lupo si calò dal camino.
    Siccome non c’era il coperchio sulla pentola il lupo vi ruzzolò dentro e finì nell’acqua bollente.
    E questa è la fine del lupo cattivo e la storia di tre piccoli porcellini.

    Fonte: letturegiovani.it

  3. The Cardill Says:

    CAPPUCCETTO ROSSO

    C’era una volta una cara ragazzina; solo a vederla le volevan tutti bene, e specialmente la nonna, che non sapeva piu’ cosa regalarle. Una volta le regalò un cappuccetto di velluto rosso, e, poichè le donava tanto ch’essa non volle più portare altro, la chiamarono sempre Cappuccetto Rosso.

    Un giorno sua madre le disse:
    – Vieni, Cappuccetto Rosso, eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna; è debole e malata e si ristorerà. Mettiti in via prima che faccia troppo caldo; e, quando sei fuori, va’ da brava, senza uscir di strada; se no, cadi e rompi la bottiglia e la nonna resta a mani vuote. E quando entri nella sua stanza, non dimenticare di dir buon giorno invece di curiosare in tutti gli angoli.
    -Farò tutto per bene, – disse Cappuccetto Rosso alla mamma e le diede la mano.
    Ma la nonna abitava fuori, nel bosco, a una mezz’ora dal villaggio. E quando giunse nel bosco, Cappuccetto Rosso incontrò il lupo. Ma non sapeva che fosse una bestia tanto cattiva e non ebbe paura.
    – Buon giorno, Cappuccetto Rosso, – egli disse.
    – Grazie, lupo.
    – Dove vai cosi presto, Cappuccetto Rosso?
    – Dalla nonna.
    – Cos ‘hai sotto il grembiule?
    – Vino e focaccia: ieri abbiamo cotto il pane; così la nonna, che è debole e malata, se la godrà un po’ e si rinforzerà.
    – Dove abita la tua nonna, Cappuccetto Rosso?
    – A un buon quarto d’ora di qui, nel bosco, sotto le tre grosse querce; là c’è la sua casa, è sotto la macchia di noccioli, lo saprai già, – disse Cappuccetto Rosso.
    Il lupo pensava: ” Questa bimba tenerella è un grasso boccone, sarà piu’ saporita della vecchia; se sei furbo, le acchiappi tutt’e due”. Fece un pezzetto di strada vicino a Cappuccetto Rosso, poi disse:
    – Vedi, Cappuccetto Rosso, quanti bei fiori? perché non ti guardi intorno? Credo che non senti neppure come cantano dolcemente gli uccellini! Te ne vai tutta contegnosa, come se andassi a scuola, ed è così allegro fuori nel bosco!
    Cappuccetto Rosso alzò gli occhi e quando vide i raggi di sole danzare attraverso gli alberi, e tutto intorno pieno di bei fiori, pensò: ” Se porto alla nonna un mazzo fresco, le farà piacere; è tanto presto, che arrivo ancora in tempo “. Dal sentiero corse nel bosco in cerca di fiori. E quando ne aveva colto uno, credeva che più in là ce ne fosse uno più bello e ci correva e si addentrava sempre più nel bosco.
    Ma il lupo andò difilato alla casa della nonna e bussò alla porta.
    – Chi è?
    – Cappuccetto Rosso, che ti porta vino e focaccia; apri. – Alza il saliscendi, – gridò la nonna: – io son troppo debole e non posso levarmi.
    Il lupo alzò il saliscendi, la porta si spalancò e, senza dir molto, egli andò dritto a letto della nonna e la ingoiò.
    Poi si mise le sue vesti e la cuffia, si coricò nel letto e tirò le coperte .. Ma Cappuccetto Rosso aveva girato in cerca di fiori, e quando n’ebbe raccolti tanti che più non ne poteva portare, si ricordò della nonna e S’incamminò. Si meravigliò che la porta fosse spalancata ed entrando nella stanza ebbe un’impressione cosi strana che pensò:

    ” Oh, Dio mio, oggi, che paura! e di solito sto cosi volentieri con la nonna! ” Esclamò:
    – Buon giorno! – ma non ebbe risposta.
    Allora s’avvicinò al letto e scostò le cortine: la nonna era coricata, con la cuffia abbassata sulla faccia e aveva un aspetto strano.
    – Oh, nonna, che orecchie grosse!
    – Per sentirti meglio.
    – Oh, nonna, che occhi grossi!
    – Per vederti meglio.
    – Oh, nonna, che grosse mani!
    – Per meglio afferrarti.
    – Ma, nonna, che bocca spaventosa!
    – Per meglio divorarti!.
    E subito il lupo balzò dal letto e ingoiò il povero Cappuccetto Rosso.
    Saziato il suo appetito, si rimise a letto, s’addormentò e cominciò a russare sonoramente.
    Proprio allora passò li davanti il cacciatore e pensò: ” Come russa la vecchia! devo darle un’occhiata, potrebbe star male “.

    Entrò nella stanza e, avvicinatosi al letto, vide il lupo.
    – Eccoti qua, vecchio impenitente, – disse, – è un pezzo che ti cerco.
    Stava per puntare lo schioppo, ma gli venne in mente che il lupo avesse mangiato la nonna e che si potesse ancora salvarla: non sparò, ma prese un paio di forbici e cominciò a tagliare la pancia del lupo addormentato. Dopo due tagli, vide brillare il cappuccetto rosso, e dopo altri due la bambina saltò fuori gridando:
    – Che paura ho avuto! com’era buio nel ventre del lupo!
    Poi venne fuori anche la vecchia nonna, ancor viva, benché respirasse a stento. E Cappuccetto Rosso corse a prender dei pietroni, con cui riempirono la pancia del lupo; e quando egli si svegliò fece per correr via, ma le pietre erano cosi pesanti che subito s’accasciò e cadde morto.
    Erano contenti tutti e tre: il cacciatore scuoiò il lupo e si portò via la pelle; la nonna mangiò la focaccia e bevve il vino che aveva portato Cappuccetto Rosso, e si rianimò; ma Cappuccetto Rosso pensava: ” Mai più correrai sola nel bosco, lontano dal sentiero, quando la mamma te l’ha proibito “.

    Raccontano pure che una volta Cappuccetto Rosso portava di nuovo una focaccia alla vecchia nonna, e un altro lupo volle indurla a deviare. Ma Cappuccetto Rosso se ne guardò bene e andò dritta per la sua strada, e disse alla nonna di aver incontrato il lupo, che l’aveva salutata, ma l’aveva guardata male:
    – Se non fossimo stati sulla pubblica via, mi avrebbe mangiato.
    – Vieni, – disse la nonna, – chiudiamo la porta, perché non entri.
    Poco dopo il lupo bussò e gridò:
    – Apri, nonna, sono Cappuccetto Rosso, ti porto la focaccia.
    Ma quelle, zitte, non aprirono; allora Testa Grigia gironzolò un po’ intorno alla casa e infine saltò sul tetto, per aspettare che Cappuccetto Rosso, la sera, prendesse la via del ritorno; l’avrebbe seguita di soppiatto, per mangiarsela al buio. Ma la nonna si accorse di quel che tramava. Davanti alla casa c’era un grosso trogolo di pietra, ed ella disse alla bambina:
    – Prendi il secchio, Cappuccetto Rosso, ieri ho cotto le salsicce, porta nel trogolo l’acqua dove han bollito.
    Cappuccetto Rosso portò l’acqua, finché il grosso trogolo fu ben pieno.
    Allora il profumo delle salsicce sali alle narici del lupo, egli si mise a fiutare e a sbirciare in giù, e alla fine allungò tanto il collo che non poté più trattenersi e cominciò a sdrucciolare: e sdrucciolò dal tetto proprio nel grosso trogolo e affogò.
    Invece Cappuccetto Rosso tornò a casa tutta allegra e nessuno le fece del male.

    Fonte: lefiabe.com

  4. The Cardill Says:

    HANSEL E GRETEL

    Nella periferia di un piccolo villaggio, al limite del bosco, viveva una famiglia di taglialegna composta dai genitori e da due figli: Hansel e Gretel. I bambini vivevano felici a contatto con la natura che li circondava. Il loro lavoro preferito era quello di raccogliere i frutti del bosco. Una sera, mentre stavano per rincasare, dopo aver giocato nel centro del bosco, udirono un lontano suono simile al pianto di un bambino.

    – È il pianto di un neonato… – Esclamò Gretel.
    – Cerchiamolo- Disse Hansel.
    Penetrarono tra gli alberi, nella direzione dalla quale proveniva il lamento. Nel frattempo si stava facendo buio e tutto diventava grigio.
    – Torniamo, ho una paura tremenda! -Disse Gretel.
    – Sei una codarda e una fifona! – Replicò spavaldamente Hansel.
    – Tua sorella ha ragione, Hansel. È da stupidi girare per il bosco a quest’ora, quindi è meglio che torniate indietro!
    I bambini ebbero un sobbalzo. Chi aveva parlato?
    – Sono io, sono qui… Siete forse ciechi?
    Hansel fu il primo a vederlo:
    – Un corvo che parla? – Disse.
    – In realtà -Rispose il corvo – io sono un nano dalla barba bianca che ha subìto un incantesimo. È stata una strega e il suo maleficio continuerà fino alla sua morte.
    – Hai sentito il pianto di un bambino? -Chiese Gretel.
    – State tranquilli, avete udito me.
    – Sei tu?!- Rise Hansel – Non dire fesserie! Tu hai la voce come quella del vecchio Snipe, l’ubriacone del villaggio: cavernosa.

    Il corvo stava per rispondere loro quando intervenne Gretel:
    – Non essere maleducato, Hansel! Capisco quello che ti è successo, nanetto, e sepotessi ti aiuterei.
    – Sei molto buona, piccola. Non sei certo come quel discolo di tuo fratello. Vi confiderò un segreto… Se andate più avanti, troverete una casetta di cioccolata!
    – Una casa di cioccolata – Intervenne Hansel, che era molto goloso. -Dove, dove?
    – Pochi passi ancora e ci sarete.
    – Non sarà un trucco per farci del male?
    – Presto la potrete vedere. È tutta colorata, piena di caramelle sulle pareti e sul tetto. È fatta di cioccolato, di torrone e marzapane…! È una delizia! Dentro troverete tutti i tipi di dolci.
    – E potremo mangiarli? – Chiese ancora Hansel.
    – Certo – Rispose il corvo. – Basta volerlo,seguitemi!
    I bambini non se lo fecero ripetere due volte e, come l’uccello gli aveva detto, in una radura del bosco incontrarono…
    – Che meraviglia! – Esclamò Gretel.
    – C’è veramente! Pancia mia fatti capanna! – Disse entusiasta, Hansel.
    La realtà superava la fantasia. Al fianco della porta c’erano dei bastoni di zucchero.
    Le pietre del sentiero erano caramelle di tutti i gusti: mente, limone, banana, pino… Quando si avvicinarono alla casa si aprì la porta e una donna, vecchia e sdentata, li incoraggiò.
    – Avanti, entrate figlioli, siete giunti in tempo. Ho appena finito di fare questa torta che dice:”Mangiami!” Volete assaggiarla?
    – Certamente! – Disse Hansel, più deciso, come sempre, di sua sorella.
    I due bambini cominciarono a mangiare tutto quello che la donna gli portava. Poi, una volta sazi, decisero di andarsene.
    – Grazie, buona signora. Non ne possiamo più di mangiare, torneremo a trovarla un’altra volta. È stata molto buona con noi. – Disse Hansel.
    – Il bosco è già buio, fermatevi a dormire qui. Domani sarà un altro giorno. -Disse la vecchia.
    – Lo faremmo volentieri. – Replicò Hansel. – Ma i nostri genitori ci stanno aspettando… Se il nanett… Il signorcorvo, ci farà da guida, non tarderemo a tornare a casa.
    – Niente affatto. – Disse il corvo. – Ho troppo sonno.
    – Allora ce ne andiamo da soli. – Disse Hansel. – Andiamo, sorella mia.
    La padrona di casa cessò improvvisamente di sorridere e, infuriata,gridò:
    – Fermo dove sei, ragazzino! Voi non tornerete dai vostri genitori, né ora né mai più! Come mi piacciono i fanciulli teneri e grassottelli!
    Il corvo, appollaiato sulla spalla della vecchia strega, gridava:
    – Arrostiti, con le patatine, saranno una delizia! Ti consiglio una ricetta di mia nonna: si mettono le cipolle, alloro e rosmarino, in una pentola e poi…
    Hansel e Gretel, terrorizzati, ascoltavano increduli la ricetta dello stufato del corvo, di cui loro erano ingredienti principali.

    Tremanti di paura dissero:
    – Come siamo stati stupidi a cadere in questa trappola!
    Hansel per consolare la sorella disse:
    – Non temere ci salveremo!
    La brutta strega, che aveva sentito tutto, ridendo disse:
    – Hai sentito, corvo? Dicono che se ne andranno da qui!
    – Certo, – rispose il corvo – con le ossa linde e pulite! Ho voglia di mangiarmeli subito, li mangiamo adesso?
    – no, golosone,aspetteremo che ingrassino un po’ ancora. Il bimbo è magro e alla bambina un paio di chili in più non guasteranno… Una buona razione di dolci al giorno li farà diventare come li desideriamo!
    Prese Hansel per le bretelle e disse:
    – In cella finché non ingrassi. E non opporre resistenza!
    Gli sforzi del piccolo risultarono inutili.
    Fu buttato in una stanza senza finestre che comunicava con un’altra cella da dove Hansel poteva vedere la sorella. Allora disse:
    – Non dobbiamo disperarci, Gretel, fatti coraggio!
    -Oh, Hansel, ci vogliono mangiare!
    – Per il momento siamo ancora vivi… Ora, però, ascoltami bene: la vecchia è corta di vista. L’ho capito perché guarda come quel contadino del paese che non riconosce un asino da dieci passi!
    Spiegò tutto il suo piano e concluse:
    – Non ti opporre, fa quello che ti chiedono. Dobbiamo guadagnare tempo.
    Il bambino era orgoglioso del suo piano e guardava soddisfatto il topolino che aveva assistito al dialogo dei due fratelli.
    Ma la situazione era disperata. Hansel lo sapeva. Si guardava intorno alla ricerca di una possibile via di fuga; ma invano, la cella era solida, a prova di fuga.
    Il trucco che aveva ideato avrebbe funzionato per un po’ di tempo, ma poi? Certamente la strega si sarebbe accorta dell’inganno e… Tremò di paura e fu colto dallo sconforto. Però non si dette per vinto.
    Chiamò sua sorella attraverso le sbarre per tracciare un secondo piano d’azione, l’unico possibile.
    Ella ascoltò le parole del fratello. Voleva credere in una possibilità di salvezza, per quanto improbabile fosse.
    Il giorno seguente, la strega si avvicinò alla cella della bambina e le disse:
    – Tira fuori un dito, Gretel, che voglio vedere se sei ingrassata.
    Come prevedeva il piano di Hansel, la piccina fece passare attraverso le sbarre, un ossicino di pollo, avanzato la sera prima.

    La strega palpando, senza accorgersi dell’inganno,pensò:
    >
    La stessa cosa successe con il bambino.
    Il giorno seguente si ripeté la stessa scena e allora Gretel disse alla strega:
    – Visto che dovrò rimanere qui per tanto tempo perché non mi fai uscire? Potrei aiutarti nelle faccende domestiche, finché non ti deciderai a mangiarmi.
    La vecchia strega rimase pensierosa per alcuni momenti, poi si decise e disse:
    – Mi sembra una buona idea, ma bada, se cerchi di fuggire mi mangio subito tuo fratello!
    Però nel vedere la bimba girare per casa, la strega,che era molto golosa, decise che se la sarebbe mangiata per cena.
    Gretel intuì la cosa e in fretta cercò la chiave della cella, la aprì e liberò Hansel.
    – Cosa facciamo adesso?
    – Aspetta, bisogna riflettere. – Disse Hansel guardandosi attorno.
    Poi vide il corvo appollaiato sul manico del mestolo, sopra al pentolone che bolliva, ed ebbe un’idea.
    In quel momento, infatti, la strega si trovava china sul pentolone, tutta intenta nei preparativi dell’ambita cena.
    Fu proprio allora che Hansel, ricordando quello che il corvo gli aveva confidato nel bosco in relazione al maleficio di cui era vittima, gridò:
    – Corvo, uccidi la strega!
    L’uccello, che non aspettava che questa occasione,balzò sulla strega e le diede una tremenda beccata sulla testa, facendola finire nel pentolone.
    Poi si rivolse ai due fratelli e disse:
    – Fuggite!
    Hansel e Gretel, non se lo fecero ripetere, fuggirono a gambe levate e non tornarono mai più in quella parte del bosco

    Fonte: lefiabe.com

  5. The Cardill Says:

    BIANCANEVE

    Una volta, nel cuor dell’inverno, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva, seduta accanto a una finestra, dalla cornice d’ebano.
    E così, cucendo e alzando gli occhi per guardar la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue.
    Il rosso era così bello su quel candore, ch’ella pensò:
    “Avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come il legno della finestra!”
    Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come l’ebano; e la chiamarono Biancaneve.
    E quando nacque, la regina morì.
    Dopo un anno il re prese un’altra moglie; era bella, ma superba e prepotente, e non poteva sopportare che qualcuno la superasse in bellezza.

    Aveva uno specchio magico, e nello specchiarsi diceva:
    – Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?
    E lo specchio rispondeva: Nel regno, Maestà, tu sei quella.
    Ed ella era contenta, perché sapeva che lo specchio diceva la verità.
    Ma Biancaneve cresceva, diventava sempre più bella e a sette anni era bella come la luce del giorno e ancor più della regina.
    Una volta che la regina chiese allo specchio:
    Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?
    lo specchio rispose: Regina, la più bella qui sei tu, ma Biancaneve lo è molto di più.
    La regina allibì e diventò verde e gialla d’invidia.
    Da quel momento la vista di Biancaneve la sconvolse, tanto ella odiava la bimba.
    E invidia e superbia crebbero come le male erbe, così che ella non ebbe più pace né giorno né notte.
    Allora chiamò un cacciatore e disse:
    – Porta la bambina nel bosco, non la voglio più vedere. Uccidila, e mostrami i polmoni e il fegato come prova della sua morte -.
    Il cacciatore obbedì e condusse la bimba lontano; ma quando estrasse il coltello per trafiggere il suo cuore innocente, ella si mise a piangere e disse:
    – Ah, caro cacciatore, lasciami vivere! Correrò nella foresta selvaggia e non tornerò mai più -.
    Ed era tanto bella che il cacciatore disse, impietosito:
    – Và, pure, povera bambina-. “Le bestie feroci faranno presto a divorarti”, pensava; ma sentiva che gli si era levato un gran peso dal cuore, a non doverla uccidere.
    E siccome proprio allora arrivò di corsa un cinghialetto, lo sgozzò, gli tolse i polmoni e il fegato e li portò alla regina come prova.
    Il cuoco dovette salarli e cucinarli, e la perfida li mangiò, credendo di mangiare i polmoni e il fegato di Biancaneve.

    Ora la povera bambina era tutta sola nel gran bosco e aveva tanta paura che badava anche alle foglie degli alberi e non sapeva che fare.
    Si mise a correre e corse sulle pietre aguzze e fra le spine; le bestie feroci le passavano accanto, ma senza farle alcun male.
    Corse finché le ressero le gambe; era quasi sera, quando vide una casettina ed entrò per riposarsi.
    Nella casetta tutto era piccino, ma lindo e leggiadro oltre ogni dire.
    C’era una tavola apparecchiata con sette piattini: ogni piattino col suo cucchiaino, e sette coltellini, sette forchettine e sette bicchierini.

    Lungo la parete, l’uno accanto all’altro, c’eran sette lettini, coperti di candide lenzuola.
    Biancaneve aveva tanta fame e tanta sete, che mangiò un po’ di verdura con pane da ogni piattino, e bevve una goccia di vino da ogni bicchierino, perché non voleva portar via tutto a uno solo.
    Poi era così stanca che si sdraiò in un lettino ma non ce n’era uno che andasse bene: o troppo lungo o troppo corto, finchè il settimo fu quello giusto: ci si coricò, si raccomandò a Dio e si addormentò. A buio, arrivarono i padroni di casa: erano i sette nani, che scavavano i minerali dai monti.
    Accesero le loro sette candeline e, quando la casetta fu illuminata, videro che era entrato qualcuno; perché non tutto era in ordine, come l’avevan lasciato.
    Il primo disse:
    – Chi si è seduto sulla mia seggiolina?-
    Il secondo: – Chi ha mangiato dal mio piattino?-
    Il terzo: – Chi ha preso un po’ del mio panino?-
    Il quarto: – Chi ha mangiato un po’ della mia verdura?-
    Il quinto: – Chi ha usato la mia forchettina?-
    Il sesto: – Chi ha tagliato col mio coltellino?-
    Il settimo: – Chi ha bevuto dal mio bicchierino?-
    Poi il primo si guardò intorno, vide che il suo letto era un po’ ammaccato e disse:
    – Chi mi ha schiacciato il lettino?-
    Gli altri accorsero e gridarono: – Anche nel mio c’è stato qualcuno -.
    Ma il settimo scorse nel suo letto Biancaneve addormentata.
    Chiamò gli altri, che accorsero e gridando di meraviglia presero le loro sette candeline e illuminarono Biancaneve.
    – Ah, Dio mio! ah, Dio mio! – esclamarono: – Che bella bambina! –
    Ed erano così felici che non la svegliarono e la lasciarono dormire nel lettino.
    Il settimo nano dormì coi suoi compagni, un’ora con ciascuno; e la notte passò.
    Al mattino, Biancaneve si svegliò e s’impaurì vedendo i sette nani.
    Ma essi le chiesero gentilmente: – Come ti chiami?- Mi chiamo Biancaneve,- rispose. – Come sei venuta in casa nostra?- dissero ancora i nani.
    Ella raccontò che la sua matrigna voleva farla uccidere, ma il cacciatore le aveva lasciato la vita ed ella aveva corso tutto il giorno, finchè aveva trovato la casina.
    I nani dissero: – Se vuoi curare la nostra casa, cucinare, fare i letti, lavare, cucire e far la calza, e tener tutto in ordine e ben pulito, puoi rimanere con noi, e non ti mancherà nulla.
    – Sì,- disse Biancaneve,- di gran cuore-.

    E rimase con loro.
    Teneva in ordine la casa; al mattino essi andavano nei monti, in cerca di minerali e d’oro, la sera tornavano, e la cena doveva essere pronta. Di giorno la fanciulla era sola. I nani l’ammonivano affettuosamente, dicendo:
    – Guardati dalla tua matrigna; farà presto a sapere che sei qui: non lasciar entrare nessuno. Ma la regina, persuasa di aver mangiato i polmoni e il fegato di Biancaneve, non pensava ad altro, se non ch’ella era di nuovo la prima e la più bella; andò davanti allo specchio e disse:
    – Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?
    E lo specchio rispose: – Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.
    La regina inorridì, perché sapeva che lo specchio non mentiva mai, e si accorse che il cacciatore l’aveva ingannata e Biancaneve era ancora viva.
    E allora pensò di nuovo come fare ad ucciderla: perché, s’ella non era la più bella di tutto il paese, l’invidia non le dava requie.

    Pensa e ripensa, finalmente si tinse la faccia e si travestì da vecchia merciaia, in modo da rendersi del tutto irriconoscibile. Così trasformata, passò i sette monti, fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò:
    – Roba bella, chi compra! chi compra!- Biancaneve diede un’occhiata dalla finestra e gridò:
    – Buon giorno, brava donna, cos’avete da vendere?
    – Roba buona, roba bella,- rispose la vecchia,- stringhe di tutti i colori -. E ne tirò fuori una, di seta variopinta.
    “Questa brava donna posso lasciarla entrare”, pensò Biancaneve; aprì la porta e si comprò la bella stringa.
    – Bambina, – disse la vecchia,- come sei conciata! Vieni, per una volta voglio allacciarti io come si deve-.
    La fanciulla le si mise davanti fiduciosa e si lasciò allacciare con la stringa nuova: ma la vecchia strinse tanto e così rapidamente che a Biancaneve mancò il respiro e cadde come morta.
    – Ormai lo sei stata la più bella,- disse la regina, e corse via.
    Presto si fece sera e tornarono i sette nani: come si spaventarono, vedendo la loro cara Biancaneve stesa a terra, rigida, come se fosse morta!
    La sollevarono e, vedendo che era troppo stretta alla vita, tagliarono la stringa.
    Allora ella cominciò a respirare lievemente e a poco a poco si rianimò.
    Quando i nani udirono l’accaduto, le dissero:
    – La vecchia merciaia altri non era che la scellerata regina; sta’ in guardia, e non lasciar entrare nessuno, se non ci siamo anche noi.
    Ma la cattiva regina, appena arrivata a casa, andò davanti allo specchio e chiese:
    – Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?
    Come al solito, lo specchio rispose:
    – Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.
    A queste parole, il sangue le affluì tutto al cuore dallo spavento, perché vide che Biancaneve era tornata in vita.
    “Ma adesso,. pensò,- troverò qualcosa che sarà la tua rovina”; e, siccome s’intendeva di stregoneria, preparò un pettine avvelenato. Poi si travestì e prese l’aspetto di un’altra vecchia. Passò i sette monti fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò:
    – Roba bella! roba bella! –
    Biancaneve guardò fuori e disse:
    – Andate pure, non posso lasciar entrare nessuno.
    – Ma guardare ti sarà permesso,- disse la vecchia; tirò fuori il pettine avvelenato e lo sollevò.
    Alla bimba piacque tanto che si lasciò sedurre e aprì la porta.
    Conclusa la compera, la vecchia disse:
    -Adesso voglio pettinarti per bene-.
    La povera Biancaneve, di nulla sospettando, lasciò fare; ma non appena quella le mise il pettine nei capelli, il veleno agì e la fanciulla cadde priva di sensi.
    – Portento di bellezza!- disse la cattiva matrigna: – è finita per te!- e se ne andò.
    Ma per fortuna era quasi sera e i sette nani stavano per tornare. Quando videro Biancaneve giacer come morta, sospettarono subito della matrigna, cercarono e trovarono il pettine avvelenato; appena l’ebbero tolto, Biancaneve tornò in sé e narrò quel che era accaduto.
    Di nuovo l’ammonirono che stesse in guardia e non aprisse la porta a nessuno.
    A casa, la regina si mise allo specchio e disse:
    – Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?
    Come al solito, lo specchio rispose:
    – Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.
    A tali parole, ella rabbrividì e tremò di collera.
    – Biancaneve morirà,- gridò,- dovesse costarmi la vita -.
    Andò in una stanza segreta dove non entrava nessuno e preparò una mela velenosissima.
    Di fuori era bella, bianca e rossa, che invogliava solo a vederla; ma chi ne mangiava un pezzetto, doveva morire.
    Quando la mela fu pronta, ella si tinse il viso e si travestì da contadina, e così passò i sette monti fino alla casa dei sette nani.

    Bussò, Biancaneve si affacciò alla finestra e disse:
    – Non posso lasciar entrare nessuno, i sette anni me l’hanno proibito.
    – Non importa,- rispose la contadina,- le mie mele le vendo lo stesso. Prendi, voglio regalartene una.
    – No,- rispose Biancaneve,- non posso accettar nulla.
    – Hai paura del veleno?- disse la vecchia.- Guarda, la divido per metà: tu mangerai quella rossa, io quella bianca -.
    Ma la mela era fatta con tanta arte che soltanto la metà rossa era avvelenata.
    Biancaneve mangiava con gli occhi la bella mela, e quando vide la contadina morderci dentro, non potè più resistere, stese la mano e prese la metà avvelenata.
    Ma al primo boccone cadde a terra morta.
    La regina l’osservò ferocemente e scoppiò a ridere, dicendo:
    – Bianca come la neve, rossa come il sangue, nera come l’ebano! Stavolta i nani non ti sveglieranno più -.
    A casa, domandò allo specchio:
    – Da muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella ?
    E finalmente lo specchio rispose: – Nel regno, Maestà, tu sei quella.
    Allora il suo cuore invidioso ebbe pace, se ci può esse pace per un cuore invidioso.

    I nani, tornando a casa, trovarono Biancaneve che giaceva a terra, e non usciva respiro dalle sue labbra ed era morta. La sollevarono, cercarono se mai ci fosse qualcosa di velenoso, le slacciarono le vesti, le pettinarono i capelli, la lavarono con acqua e vino, ma inutilmente: la cara bambina era morta e non si ridestò. La misero su un cataletto, la circondarono tutti e sette e la piansero, la piansero per tre giorni. Poi volevano sotterrarla; ma in viso, con le sue belle guance rosse, ella era ancora fresca, come se fosse viva. Dissero: – Non possiamo seppellirla dentro la terra nera,- e fecero fare una bara di cristallo, perché la si potesse vedere da ogni lato, ve la deposero e vi misero sopra il suo nome, a lettere d’oro, e scrissero che era figlia di re. Poi esposero la bara sul monte, e uno di loro vi restò sempre a guardia. E anche gli animali vennero a pianger Biancaneve: prima una civetta, poi un corvo e infine una colombella. Biancaneve rimase molto, molto tempo nella bara, ma non imputridì: sembrava che dormisse, perché era bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l’ebano.
    Ma un bel giorno capitò nel bosco un principe e andò a pernottare nella casa dei nani.
    Vide la bara sul monte e la bella Biancaneve e lesse quel che era scritto a lettere d’oro.
    Allora disse ai nani: – Lasciatemi la bara; in compenso vi darò quel che volete -.
    Ma i nani risposero: – Non la cediamo per tutto l’oro del mondo
    – Regalatemela, allora,- egli disse,- non posso vivere senza veder Biancaneve: voglio onorarla ed esaltarla come la cosa che mi è più cara al mondo.-
    A sentirlo, i buoni nani s’impietosirono e gli donarono la bara.
    Il principe ordinò ai suoi servi di portarla sulle spalle.
    Ora avvenne che essi inciamparono in uno sterpo e per la scossa quel pezzo di mela avvelenata, che Biancaneve aveva trangugiato, le uscì dalla gola.
    E poco dopo ella aprì gli occhi, sollevò il coperchio e si rizzò nella bara: era tornata in vita.
    -Ah Dio, dove sono?- gridò.
    Il principe disse, pieno di gioia: – Sei con me,- e le raccontò quel che era avvenuto, aggiungendo: – Ti amo sopra ogni cosa del mondo; vieni con me nel castello di mio padre, sarai la mia sposa-.
    Biancaneve acconsentì e andò con lui, e furono ordinate le nozze con gran pompa e splendore.
    Ma alla festa invitarono anche la perfida matrigna di Biancaneve. Indossate le sue belle vesti, ella andò allo specchio e disse:
    – Da muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?
    Lo specchio rispose: – Regina, la più bella qui sei tu; ma la sposa lo è molto di più.
    La cattiva donna imprecò e il suo affanno era così grande che non poteva più dominarsi. Dapprima non voleva assistere alle nozze; ma non trovò pace e dovette andar a vedere la giovane regina.
    Entrando, riconobbe Biancaneve e impietrì dallo spavento e dall’orrore.
    Ma sulla brace eran già pronte due pantofole di ferro: le portarono con le molle, e le deposero davanti a lei. Ed ella dovette calzare le scarpe roventi e ballare, finché cadde a terra, morta.

    Fonte: lefiabe.com

  6. The Cardill Says:

    RICCIDORO

    C’erano una volta tre Orsi, che vivevano in una casina nel bosco. C’era Babbo Orso grosso grosso, con una voce grossa grossa; c’era Mamma Orsa grossa la metà, con una voce grossa la metà; e c’era un Orsetto piccolo piccolo con una voce piccola piccola. Una mattina i tre Orsi facevano colazione e Mamma Orsa disse: – La pappa e troppo calda, ora. Andiamo a fare una passeggiata nel bosco, mentre la pappa diventa fredda.
    Cosi i tre Orsi andarono a fare una passeggiata nel bosco. Mentre erano via, arrivò una piccola bimba chiamata Riccidoro. Quando vide la casetta nel bosco, si domandò chi mai potesse vivere là dentro, e picchiò alla porta. Nessuno rispose, e la bimba picchiò ancora. Nessuno rispose: Riccidoro allora aprì la porta ed entrò. E là, nella piccola stanza, vide una tavola apparecchiata per tre. C’era una scodella grossa grossa, una scodella grossa la metà e una scodella piccola piccola. Riccidoro assaggiò la pappa della scodella grossa grossa:
    – Oh! E’ troppo calda! disse. Assaggiò la pappa della scodella grossa la metà:
    – Oh! E’ troppo fredda! Poi assaggiò la pappa della scodella piccola piccola:
    – Oh ! Questa sì che va bene ! – E se la mangiò tutta. Poi entrò in un’altra stanza, e là vide tre seggiole. C’era una seggiola grossa grossa, c’era una seggiola grossa la metà e c’era una seggiola piccola piccola. Riccidoro si sedette sulla seggiola grossa grossa:
    – Oh! Questa è troppo dura! – disse. Si sedette sulla seggiola grossa la metà:
    – Oh! Questa è troppo molle! Poi si sedette sulla seggiola piccola piccola:
    – Oh! Questa sì che va bene! E vi si sedette con tanta forza, che la ruppe.

    Entrò allora in un’altra stanza e là vide tre letti. C’era un letto grosso grosso, c’era un letto grosso la metà, e c’era un letto piccolo piccolo.
    Riccidoro si stese sul letto grosso grosso:
    Oh! Questo e troppo duro! disse.
    Provo il letto grosso la metà:
    – Oh! Questo e troppo molle!
    lnfine provò il letto piccolo piccolo:
    Oh! Questo si che va bene! sospirò, e subito prese sonno. Mentre Riccidoro dormiva i tre Orsi tornarono dalla passeggiata nel bosco.
    Guardarono la tavola, e Babbo Orso grosso grosso disse con la sua voce grossa grossa:
    – QUALCUNO HA ASSAGGIATO LA MIA PAPPA .
    Mamma Orsa grossa la metà disse con la sua voce grossa la metà:
    Qualcuno ha assaggiato la mia pappa !
    L’Orsetto piccolo piccolo disse con la sua voce piccola piccola:
    – Qualcuno ha assaggiato la mia pappa e se l’e mangiata tutta!- I tre Orsi entrarono nella camera accanto.
    Babbo Orso grosso grosso guardò la sua seggiola e disse con la sua voce grossa grossa:
    – QUALCUNO Sl E’ SEDUTO SULLA MIA SEGGIOLA !
    Mamma Orsa grossa la metà disse con la sua voce grossa la metà: – Qualcuno si è seduto sulla mia seggiola !
    E l’Orsetto piccolo piccolo gridò con la sua voce piccola piccola:
    – Qualcuno si è seduto sulla mia seggiola e l’ha rotta!
    I tre Orsi entrarono infine nella camera da letto.
    Babbo Orso grosso grosso disse con la sua voce grossa grossa:
    – QUALCUNO Sl E’ STESO SUL MIO LETTO
    Mamma Orsa grossa la metà disse con la sua voce grossa la metà: – Qualcuno si è steso sul mio letto !
    E l’Orsetto piccolo piccolo gridò con la sua voce piccola piccola:
    – Qualcuno si è steso sul mio letto, ed eccola qui!
    La voce acuta dell’Orsetto piccolo piccolo svegliò Riccidoro, e voi potete ben immaginare come si spaventò nel vedere i tre Orsi che la guardavano. Balzò giù dal letto, attraversò la stanza di corsa, saltò fuori dalla finestrella bassa, e fuggì via nel bosco tanto in fretta come mai le sue gambe l’avevano fatta correre.

    Fonte: lefiabe.com

  7. The Cardill Says:

    RAPERONZOLO

    C’erano una volta un uomo e una donna, che già da molto tempo desideravano invano un figlio; finalmente la donna poté sperare che il buon Dio esaudisse il suo desiderio.
    Sul di dietro della casa c’era una finestrina, da cui si poteva guardare in un bellissimo giardino, pieno di splendidi fiori ed erbaggi; ma era cinto da un alto muro e nessuno osava entrarvi, perché apparteneva ad una maga potentissima e temuta da tutti.
    Un giorno la donna stava alla finestra e guardava il giardino; e vide un’aiuola dov’erano coltivati i più bei raperonzoli; e apparivano cosi freschi e verdi, che le fecero gola e le venne una gran voglia di mangiarne. La voglia cresceva ogni giorno; ma ella sapeva di non poterla soddisfare e dimagrì paurosamente e divenne pallida e smunta.
    Allora il marito si spaventò e chiese: – Che hai, cara moglie?
    – Ah, – ella rispose, – se non riesco a mangiare di quei raperonzoli che son nel giardino dietro casa nostra, morirò .
    Il marito, che l’amava, pensò: ” Prima di lasciar morire tua moglie, valle a prendere quei raperonzoli, costi quel che costi “. Perciò al crepuscolo scavalcò il muro, entrò nel giardino della maga, colse in tutta fretta una manciata di raperonzoli e li portò a sua moglie. Fila si fece subito un’insalata e la mangiò avidamente. Ma le era piaciuta tanto e tanto, che il giorno dopo la sua voglia era triplicata.
    Perché si quietasse, l’uomo dovette andare un’altra volta nel giardino. Perciò al crepuscolo scavalcò di nuovo il muro, ma quando mise piede a terra si spaventò terribilmente, perché vide la maga davanti a sé.
    – Come puoi osare, – ella disse facendo gli occhiacci, – di scendere nel mio giardino e di rubarmi i raperonzoli come un ladro? Me la pagherai!
    – Ah, – egli rispose, -siate pietosa! A questo fui spinto da estrema necessità: mia moglie ha visto i vostri raperonzoli dalla finestra e ne ha tanta voglia che morirebbe se non potesse mangiarne .
    La collera della maga svanì ed ella disse: – Se le cose stanno come dici, ti permetterò di portar via tutti i raperonzoli che vuoi, ma ad una condizione; devi darmi il bambino che tua moglie metterà al mondo. Sarà trattato bene e io sarò a lui come una madre .
    Impaurito, l’uomo accettò e quando la moglie partorì, apparve subito la maga, chiamò la bimba Raperonzolo e se la portò via.

    Raperonzolo diventò la più bella bambina del mondo. Quando ebbe dodici anni, la maga la rinchiuse in una torre che sorgeva nel bosco e non aveva né scala né porta, ma solo una minuscola finestrina in alto in alto. Quando la maga voleva entrare, si metteva finestra e gridava:

    – Raperonzolo, t’affaccia, lascia pender la tua treccia!- Raperonzolo aveva capelli lunghi e bellissimi, sottili come oro filato. Quando udiva la voce della maga, si slegava le trecce, le annodava a un cardine della finestra, ed esse ricadevano per una lunghezza di venti braccia, e la maga ci si arrampicava.
    Dopo qualche anno, avvenne che il figlio del re, cavalcando per il bosco, passò vicino alla torre.
    Udì un canto cosi soave, che si fermò ad ascoltarlo: era Raperonzolo, che nella solitudine passava il tempo facendo dolcemente risonar la sua voce. Il principe voleva salire da lei e cercò una porta, ma non ne trovò. Tornò a casa, ma quel canto tanto lo aveva tanto commosso che ogni giorno andava ad ascoltarlo nel bosco. Una volta, mentre se ne stava dietro un albero, vide avvicinarsi la maga e l’udì gridare:

    – Raperonzolo, t’affaccia, lascia pender la tua treccia!- Raperonzolo lasciò pender le trecce e la maga salì da lei. “Se questa è la scala per cui si sale, tenterò anch’io la mia fortuna” pensò il principe.
    Il giorno dopo, sull’imbrunire, andò alla torre e gridò:

    – Raperonzolo, t’affaccia, lascia pender la tua treccia!- Subito dall’alto si snodarono i capelli e il principe salì. Dapprima Raperonzolo ebbe una gran paura quand’egli entrò, perché i suoi occhi non avevan mai visto un uomo; ma il principe cominciò a parlarle con grande dolcezza e le narrò che il suo cuore era stato così turbato dal canto di lei da non lasciargli più pace: e aveva dovuto vederla.
    Allora Raperonzolo non ebbe più paura e quando egli le chiese se lo voleva per marito ed ella vide che era giovane e bello, pensò: ” Mi amerà più della vecchia signora Gothel “, disse di sì e mise la mano in quella di lui; e gli disse:
    – Verrei ben volentieri, ma non so come fare a scendere. Quando vieni, portami una matassa di seta: la intreccerò e ne farò una scala; e quando è pronta, scendo, e tu mi prendi sul tuo cavallo .
    Combinarono che fino a quel momento egli sarebbe venuto tutte le sere; perché di giorno veniva la vecchia.
    La maga non si accorse di nulla, finché una volta Raperonzolo prese a dirle:
    – Ditemi, signora Gothel, come mai siete tanto più pesante da tirar su del giovane principe? quello è da me in un momento.
    – Ah, bimba sciagurata! -gridò la maga, – cosa mi tocca sentire! pensavo di averti separata da tutto il mondo e invece tu mi hai ingannata!
    Furibonda, afferrò i bei capelli di Raperonzolo, li avvolse due o tre volte intorno alla mano sinistra, afferrò con la destra un paio di forbici e, tric trac, eccoli tagliati e le belle trecce giacevano a terra. E fu cosi spietata da portare la povera Raperonzolo in un deserto, ove dovette vivere in gran pianto e miseria.
    Il giorno in cui aveva scacciato Raperonzolo dalla torre, assicurò le trecce recise al cardine della finestra e quando arrivò il principe e gridò:

    – Raperonzolo, t’affaccia, lascia pender la tua treccia!- Il principe sali, ma, invece della sua diletta, trovò la maga, che lo guardava con due occhiacci velenosi.
    – Ah, – esclamò beffarda, – sei venuto a prendere la tua bella! Ma il bell’uccellino non è più nel nido e non canta più; il gatto l’ha preso e a te caverà gli occhi. Per te Raperonzolo è perduta, non la vedrai mai più.
    Il principe andò fuori di sé per il dolore, e disperato saltò giù dalla torre: ebbe salva la vita, ma le spine fra cui cadde gli trafissero gli occhi.
    Errò, cieco, per le foreste; non mangiava che radici e bacche e non faceva che piangere e lamentarsi per la perdita della sua diletta sposa.
    Cosi per alcuni anni andò vagando miseramente; alla fine capitò nel deserto in cui Raperonzolo viveva fra gli stenti, coi due gemelli che aveva partorito, un maschio e una femmina.
    Udì una voce, e gli sembrò ben nota: si lasciò guidare da essa, e quando si avvicinò, riconobbe Raperonzolo che gli saltò al collo e pianse. Ma due di quelle lacrime gli inumidirono gli occhi; essi allora si schiarirono di nuovo, ed egli poté vederci come prima.
    La condusse nel suo regno, dove fu riabbracciato con gioia; e vissero ancora a lungo felici e contenti.

    Fonte: lefiabe.com

  8. The Cardill Says:

    POLLICINO

    Moltissimo tempo fa, quando si filava ancora la lana, nelle campagne vivevano due poveri contadini, marito e moglie. Sebbene fossero molto poveri, desideravano moltissimo d’avere un figlio.
    – Pensa, moglie mia – sospirava l’uomo – come la casa sarebbe più allegra se ci tenesse compagnia vicino al fuoco un bel bambino!
    – Ahimè! Marito mio – rispose la moglie fermando il suo arcolaio – anche io ne sarei molto felice.
    Anche se fosse molto piccolo, guarda, non più grande del mio pollice, l’accoglierei con gioia.
    Qualche mese dopo, con loro grande felicità, nacque un figlio.
    Era ben fatto ed aveva una bella voce, ma di taglia piccolissima, non più grande dell’unghia di suo padre.
    Il ragazzo non divenne mai grande.
    Aveva un’intelligenza viva, era anche molto abile, riusciva in tutto quello che si attingeva a fare.
    I suoi genitori, anche se in un primo tempo si erano preoccupati, si erano presto adattati alla sua piccola statura e lo avevano soprannominato con affetto Pollicino.
    Vegliavano su questo piccolo uomo che avevano tanto desiderato, affinché non gli mancasse nulla.
    Un giorno suo padre, mentre si apprestava a partire per abbattere alcuni alberi, sospirò:
    – Se avessi almeno qualcuno che mi aiutasse a condurre la carretta!
    – Papà! – gridò Pollicino – Lasciatemi guidare la carretta da solo. Vi raggiungerò nella radura e voi intanto guadagnerete tempo.
    – Ma tu sei piccolo! – esclamò il padre sorridendo – Come potrai guidare il cavallo e prendere le redini?
    – Ho un’idea – gridò il piccolo uomo – la mamma attaccherò il cavallo, poi mi isserà fino all’altezza della testa ed io scivolerò all’interno del suo orecchio. Il cavallo mi conosce bene e non avrà certamente paura, così io lo guiderò al luogo dove avrai tagliato la legna.

    Il padre diede infine il suo consenso, la madre attaccò il cavallo.
    Il ragazzo lo guidò come un vero carrettiere, fermandosi saggiamente agli incroci.
    Quando fu in vista della radura incrociò due stranieri che chiacchieravano. Poiché udirono una voce essi si voltarono.
    – Hoo! Hoo! Là! Là! Stiamo per arrivare mio bravo Zeffiro – gridò in quel momento Pollicino ben nascosto nel suo strano nascondiglio.
    – Sangue di Bacco! Sto sognando! – disse uno dei due – una carretta che se ne va da sola: si sente la voce del guidatore e non si vede nessuno.
    – Seguiamola, non c’è dubbio che si tratta di qualche stregoneria.
    Il pesante veicolo si fermò di colpo davanti alla catasta di legna.
    Davanti agli occhi dei due curiosi il contadino s’avvicinò al cavallo e gli tolse dall’orecchio il minuscolo omino che, tutto vispo, venne a sedersi su un fuscello di paglia a qualche metro dai due uomini.
    Nel vedere questo personaggio in miniatura così audace e pieno di risorse, i due uomini ne rimasero colpiti.
    Alla fine uno dei due s’avvicinò al contadino e gli disse:
    – Brav’uomo, vendeteci vostro figlio. Gli faremo guadagnare una fortuna facendolo vedere nelle fiere dei grandi villaggi.
    – Vendere il mio caro figlioletto? Non se ne parla nemmeno. – rispose indignato il contadino.

    Ma Pollicino, approfittando della distrazione dei due compari, occupati a contare i loro scudi, gli sussurrò:
    – Papà, accetta il denaro di questi due furfanti che vogliono sfruttarmi, io scapperò prestissimo, te lo prometto.
    Il brav’uomo, con il cuore un po’ grosso, lo vendette quindi per due bei scudi d’oro.
    Rapidamente saltò sulla falda del vestito di uno dei due compari, s’arrampicò sulla sua spalla e infine s’installò sul bordo del suo cappello.
    Camminarono così tutta la giornata e allorquando arrivarono al bordo di un campo appena mietuto, Pollicino all’improvviso gridò:
    – Lasciatemi scendere a terra, vedo laggiù un coniglio selvatico preso al laccio, con il quale potremo fare un buon pranzo. Ve lo mostrerò.-
    Allettato e senza alcun sospetto, l’uomo lo posò in terra.
    Agile come un’anguilla, Pollicino si infilò nel buco di un topo campagnolo gridando:
    – Buona sera signori e buon viaggio, ma senza di me.-
    Furiosi i due uomini se ne partirono imprecando. Pollicino decise di attendere l’alba al riparo di un guscio vuoto di lumaca.

    Dormiva profondamente quando un brusio di voci lo svegliò.
    Due ladri si erano fermati a due passi da lui.
    Uno di loro diceva:
    – Come potremo rubare a questo ricco prete?
    – Vi dirò io come fare – gridò molto forte Pollicino – portatemi con voi e io vi aiuterò. Abbassate gli occhi, sono qui vicino.
    – Come, sei tu, piccolo diavoletto, che pretendi d’aiutarci? – dissero i due ladroni scoppiando a ridere.
    – Io scivolo con facilità tra le sbarre della camera del prete – spiegò Pollicino – poi, una volta entrato, vi passo tutto quello che volete.
    – Tu non sei uno stupido – disse uno dei due uomini collocandolo sulla sua spalla – che la fortuna ci assista, ma affrettiamoci perché si sta alzando la luna.
    Arrivati al presbiterio, Pollicino vi entrò e si mise a gridare:
    – Volete tutti i luigi d’oro e i lingotti d’argento?-
    Stupiti i ladri lo supplicarono immediatamente di parlare a voce bassa, perché un tal chiasso rischiava di svegliare il prete.
    Ma Pollicino fece orecchie da mercante ai consigli dei due banditi e gridò a gran voce:
    – Decidetevi perdiana! I quadri e l’argenteria vi interessano o no?-
    La cuoca che aveva il sonno leggero, udendo quel beccano, scese dal letto, accese la candela alle braci del focolare e si precipitò in direzione dell’ufficio.
    Quando entrò nella stanza la trovò vuota.
    I ladri, spaventati, erano fuggiti da sotto la finestra, mentre Pollicino, tutto tranquillo, si era rifugiato in una mangiatoia del granaio vicino.
    La brava donna, rassicurata, tornò a dormire.

    Al mattino, all’alba, la serva incaricata di dar da mangiare alle bestie s’impossessò di una bracciata di fieno per nutrire le mucche. Quella che aveva il vitellino ad allattare si gettò avidamente sulla mangiatoia e, hop! Pollicino, svegliatosi, fu precipitato fino in fondo allo stomaco nauseabondo del ruminante che ingurgitava grosse quantità di fieno.
    – Basta fieno, basta erba! Soffoco! – gridò Pollicino.
    Presa da gran spavento nel sentire la mucca parlare, la povera serva cadde riversa chiamando il prete al soccorso.
    – Miio braavo papa..drone, la la.. nos…tra mu..mu…mmucca paarla que..que..sta mamaa..ttina! – balbettò la brava donna.
    – Vediamo, figlia mia, voi sognate! – gridò stupito il prete alzando la sottana nella stalla tutta sporca.
    Ma la voce risuonò di nuovo. Il prete si fece subito il segno della croce. – E’ senza dubbio una manovra del diavolo.
    Cosparse abbondantemente d’acqua santa la stalla, la mucca e la serva.
    Dopodiché (non si è mai troppo prudenti) decise di far abbattere l’animale perché continuava ostinatamente a gridare.

    Effettivamente Pollicino aveva paura di morire soffocato.
    La povera mucca fu dunque sacrificata e il suo stomaco fu gettato in un mucchio di detriti. Pollicino soffrì molto ad uscire da quel ventre maleodorante. Finalmente respirò il suo primo sbuffo d’aria fresca, sennonché un lupo affamato inghiotti lo stomaco della mucca ed il suo contenuto.
    Ecco di nuovo il nostro sfortunato piccolo uomo in un nuovo nascondiglio poco confortevole ed inoltre tutto buio.
    Egli quindi mormorò:
    – Caro lupo, nell’ultima casa del villaggio c’è una dispensa ben fornita. Quando arriva la notte entra dentro dal tubo di scarico, potrai così riempirti la pancia a sazietà.
    – Questo lungo digiuno – borbottò tra se il lupo – mi dà allucinazioni, infatti sento alcune voci… bah! Il consiglio non è poi così cattivo, seguiamolo.
    Lo seguì così bene che quando volle andarsene il suo ventre troppo pieno gli impedì di passare attraverso il tubo.
    Era rimasto in trappola.
    Pollicino si mise subito a gridare, mettendo in subbuglio la casa:
    – Caro papà, ammazzate questo lupo che mi tiene prigioniero nella sua pancia!-
    Così avvenne e Pollicino ritrovò i suoi genitori felici di rivederlo.

    Fonte: lefiabe.com


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